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Il serpente di Otelo

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Il serpente non è nel mare. Il serpente è dentro di noi. Ti entra dentro ingannandoti con i suoi argomenti allettanti, ti parla di libertà. E poi ti morde”. Le battute finali della voce fuori campo di Otelo burning, film di Sara Blecher (2011), sono anche la metafora di questo film girato con scarso budget ed interessanti risultati, e ambientato nella costa orientale sudafricana sul finire dell’era-apartheid. Il travagliato contesto sociale del Paese rimane costantemente sullo sfondo, ma l’essenza della trama potrebbe aver trovato ambientazione ovunque, perché al centro ci sono soprattutto le 4-5 persone protagoniste ed il loro rapporto umano, nel bene e nel male, a prescindere dalla razza.

Otelo, il personaggio che dà il titolo al film, trova nella tavola da surf la chiave d’accesso alla libertà, nel senso più intimo del termine. Ma la libertà ha un prezzo, a volte molto duro: in questo caso, il tradimento da parte di uno degli amici più stretti. Di fronte al drammatico epilogo Otelo sceglie di confermare la professione di libertà, volteggiando sulle onde in una scena finale che non lascia scampo per la sua esistenza ‘terrena’, ma che lo esalta da un punto di vista ideale. E la chiusa agrodolce di un film che ridimensiona la contrapposizione bianchi-neri per dare peso a quella tra tribù della stessa pelle. O, appunto, tra persone della stessa provenienza.

Il richiamo alla leggenda del serpente evoca il peso delle credenze tribali che pervade la società sudafricana. E l’insieme di quanto visto rende merito alla scelta di dedicare un’ora e mezzo alla sua proiezione in un circolo arci di provincia, in un tardo pomeriggio d’inizio estate. Mentre là fuori tutto il resto del mondo è in ben altro affaccendato.

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  • Otelo burning in Italy

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    After being selectend in 2012 Giffoni Film Festival, perhaps the most important young movies festival in Italy, Sara Blecher’s Otelo Burning is touring social meeting circles all around Italy. Some days ago was played in Siena, besides the vernissage of a pictures exhibition dedicated to immigration stories.

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  • Brutte storie di frontiera

    Sebbene in misura diversa, Italia e Sudafrica tornano in questi giorni ad avere in comune storie talmente vistose e crude da farti sentire impotente nella ricerca di aggettivi consoni, oltre che di rimedi. Storie di gente che scappa da brutte esistenze, di frontiere, di altra gente che vede le facce nuove come minacce alla propria esistenza, magari già tutt’altro che serena. E poi storie  o – meglio – parole, di gente che non riesce a far seguire fatti utili a tali parole, di giorno in giorno più vuote e retoriche, se non strumentali.

    E siccome questo e’ il contesto, ti accorgi che il silenzio e’ freddo, cosi’ come e’ sostanzialmente vana ogni parola detta tanto per lenire il senso di impotenza.

    La storia dell’Italia, come quella del Sudafrica, e’ già ricca di storie di gente che va o che viene; in circostanze spesso disperate, anche spesso allietate da epiloghi migliori.  Resto convinto che la storia sia e debba essere maestra di vita: molto più delle reazioni istintive, a volte giustificate (altre no). Mi fermo qui e non aggiungo altro, salvo un pensiero per tutti quelli che per causa di frontiere soffrono o muoiono, ancora, due millenni e oltre D.C..

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  • Bad border tales

    Italy and SA are living bad days of people died trying to cross physical or psicological borders. Days of people searching for better days, and other people fearing to lose the very little things they own. It’s hard to stay silent, in these days. And it’s hard to find useful words to say, too.

    Both Italy and Southafrica ’s histories are full of people who come and go, often in desperate ways, not always with bad ends. I still believe that history is, and it has to be, a strong teacher of life, much more than istinctive reactions, even if justified. I stop here today, with a thought about any person who still feels pain due to reasons of border, in AD 2015.

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    Vado in un piccolo e coraggioso esempio di negozio controcorrente, una libreria-caffetteria aperta da qualche mese in una città dove i caduti sul campo del commercio editoriale sono ormai un piccolo esercito.

    L’ultima volta che c’ero stato, un paio di mesi fa, la presentazione di un libretto su cibo&cinema (a firma di validi autori di mia conoscenza, peraltro) aveva stipato tra mura antiche più persone di quante ne potessero comodamente contenere. Stavolta no: varcata la soglia del negozio nessun assembramento, e se non fosse per la proiezione di slide che intravedo sullo sfondo direi che forse ho sbagliato giorno. Non è così: davanti a un signore di una certa età, che parla in piedi dentro una giacca che gli sta grande di una taglia, ci sono 6-7 persone. Il confronto con la volta precedente mi sconforta: altro che ricette, qui stasera si parla delle possibilità che ci sia vita fuori dalla terra; e i presenti si contano su una mano.

    Per fortuna, qualche altro astante si aggiungerà dopo il mio arrivo, Ma soprattutto, i contenuti dell’illustrazione renderanno piena giustizia alle corse che ho fatto per arrivar sul posto stasera. Ad esporli è il professor Giorgio Bianciardi, docente del Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Siena. E’ lui che il penultimo giorno dello scorso anno ha pubblicato (assieme a due colleghi del Cnr, Vincenzo Rizzo e Nicola Cantasano) sull’International Journal of Aeronautical and Space Sciences un articolo che evidenzia il rinvenimento di tracce biologiche fossili sulla superficie di Marte. Si tratta dell’ultimo argomento fin qui emerso a beneficio di chi sostiene l’esistenza di forme di vita sul pianeta rosso:  migliaia di fotogrammi (fortemente ingranditi) scattati sul posto dal rover Opportunity, messi a confronto con altrettante immagini scattate sulla superficie terrestre, hanno permesso ai tre ricercatori di evidenziare l’estrema somiglianza tra stromatoliti e microbialiti terrestri (una specie di corazze costruita da microbi attorno a loro stessi, un po’ come fanno più in grande le chiocciole) e le figure individuate sulle foto marziane.

    Bianciardi è tutt’altro che assorbito dalla brama di autolodarsi. La piccola platea finisce a sentir parlare della sua scoperta dopo oltre un’ora di slides ed esposizione orale, in un toscano che a volte si fa simpatico slang (o meglio, vernacolo), con le quali  lo scienziato ripercorre secoli e soprattutto gli ultimi decenni di attenzioni dell’uomo verso Marte. Lo fa con tono preciso ma leggero e appassionante, anche se dal proiettore non escono effetti speciali.

    Che su Marte ci sia stata vita (sia pure non umana, né umanoide) Bianciardi ci crede eccome. Ammettendo però che senza ‘pistola fumante’ (ovvero la prova provata) gli scettici non si ricrederanno mai. “La Nasa è tornata ad investire nelle ricerche, affiancandosi all’Esa per un prossimo invio di sonde probabilmente nel 2018-19 – dice – ma penso che per trovare l’evidenza l’uomo dovrà cercarla in prima persona, direttamente sul posto”. Forse grazie proprio alla Nasa, ammesso che i prossimi cinque successori di Obama continuino incessantemente a sostenerla. O più probabilmente, grazie a qualche iniziativa privata.

    Bianciardi punta su Elon Musk, poliedrico individuo fuori dal comune, già co-fondatore di Paypal, e fautore della prima città su Marte secondo un progetto che da visionario sta diventando capace di attirare i sostegni della stessa Nasa. Attivo tra il Canada e gli States, Musk è nato in Sudafrica. Come Adriana Marais, di cui ho scritto qualche tempo fa proprio a proposito di Marte: tanto per confermare che…il mondo è piccolo. E che quindi, prima o poi bisognerà prender aria fuori.

    (immagine da telusers.com )

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    “I bet on Elon Musk”. Giorgio Bianciardi is a biotech professor at University of Siena, Italy. Together with two other researcher (Vincenzo Rizzo e Nicola Cantasano) at the end of 2014 he published on  International Journal of Aeronautical and Space Sciences a study where they shows microstructures organized in intertwined filaments of microspherules, recognized on  planet Mars’ surface, as a proof of some kind of life.

    When I meet him, he’s talking to a very small crowd (6-7 people) inside ancient walls, in his town, in a place where some guys opened a coffee-bookshop, a few months ago. This winter they decided to dedicate a four-episodes serie of public conferences to space, planet, stars and similar topics.  Helped by a large number of fascinating slides, tonight he’s summarizing the story of planet Mars and human attempts to know more about it.

    His speech is very interesting to hear, also to inexperienced ears. Only after one hour and a half,  he mentions his recent discover. It’s clear he believes that Mars hosted some kind of life, and perhaps it’s still hosting it too. But he kwows that sceptical ones won’t believe it until the sign of evidence will be found. “To find it – he says – men ought to get on the planet personally. Maybe Nasa will be able, but who knows if next five Presidents of Usa will keep on funding space research?”.

    A shorter way could be another. A private one, probably: “I bet on Elon Musk – he says – he’s a visonary man, a crazy one according to many observers. But now, even Nasa has understood that if he’ll succed, then they could get their goal saving lots of money. To be successful, I think humans should get there in quite large quantity: five men probably won’t survive to unexpected events on Mars. But 80.000 people, or at least 10 thousands, they’d help each other, so to succeed”.

    ”.

    Who is Elon Musk? Former co-founder of Paypal. Now industrial producer of electric vehicles, rockets and many other things. He’s based in Canada and States. But where was he born? In Southafrica (Pretoria), just like another person very attracted by Mars, Adriana Marais (we wrote about her some months ago). As we use to say.. the world is small. Got to find almost another one.

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    Olwethu ha compiuto 20 anni lo scorso dicembre, giusto 2 giorni prima di Natale. E’ nato e cresciuto a Khayelitsha, uno dei sobborghi più noti e poveri di Città del Capo. Quando aveva 11 anni ha assistito per la prima volta ad uno spettacolo di magia. E lì è scattata la molla. Folgorato sulla via della meraviglia, grazie a chissà quanti sacrifici è riuscito a frequentare il “College of magic”, un centro di addestramento unico nel suo genere, per fortuna di Olwethu attivo da 30 anni in un’altra area di Cape town, Claremont. Strutturato come un ente no profit, il College dichiara  di voler contribuire al miglioramento della società offrendo opportunità anche a chi difficilmente potrebbe permetterselo. Come nel caso di Olwethu: diplomatosi nel 2009, è riuscito a mettersi in luce nei Mondiali junior di magia, per poi a partecipare ad un prestigioso seminario a Las Vegas.
    Olwethu Dyanti (questo il suo nome  completo) ha iniziato a farsi conoscere fuori dal Sudafrica: forte dell’abilità con cui fa apparire e scomparire carte da gioco nelle proprie mani, e di un sorriso contornato da una sguardo che dice tutto, specialmente a chi ha una minima conoscenza di luoghi come Khayelithsa.

    L‘Italia per Olwethu è stato il secondo paese in cui viaggiare ed esibirsi. Alla fine del 2012 ha partecipato alla versione italiana di “The illusionist”, un format televisivo adattato anche in altri paesi. Canale 5 lo trasmise una prima volta a sera inoltrata di un giovedì di fine gennaio 2013, prima del secondo passaggio su Italia 1,  domenica 4 gennaio 2015 (ebbene sì, quasi due anni dopo), complice il prime time, le vacanze scolastiche e quindi la visione appassionata da parte di molti bambini. In quell’occasione Olwethu risultò leader morale della sfida tra 10 emergenti prestigiatori in arrivo da tutto il mondo: non per esser risultato vincitore, bensì grazie al premio speciale che la giuria internazionale di esperti volle assegnargli, probabilmente considerando il difficile percorso che aveva compiuto per arrivare lì.  All’annuncio, Olwethu non riuscì a trattenere le lacrime, lasciando conseguentemente il segno sul pubblico di grandi e bambini: è questo almeno ciò che è avvenuto nel piccolo campione di audience radunato attorno a me, lo scorso 4 gennaio.

    E dopo? Cosa è successo da allora a “Glamipulator”, il nome d’arte assunto da Olwethu? Di certo non si è montato la testa, a giudicare dalla disponibilità con cui ha risposto alle mie domande, qualche giorno fa. “Grazie al premio speciale di Roma ho potuto partecipare come rappresentante del Sudafrica al campionato mondiale di Magia a Blackpool, in Inghilterra – mi ha scritto – ed uno dei giudici ha poi voluto invitarmi ad esibirmi a Pechino. La mia carriera è fatta di alti e bassi, ma sto impegnandomi a fondo anche perché vorrei cambiare la situazione della mia famiglia”. Olwethu vive ancora a Khayelitsha, con sua madre e tre sorelle. Dell’Italia conserva un gran ricordo: “Dico la verità, salire su quel palco a Roma fu terribilmente emozionante per me – dice  - ma la reazione del pubblico, la giuria, gli altri concorrenti furono davvero accoglienti per me. Tutt’ora ricevo messaggi di congratulazioni dall’Italia, un Paese dove vorrei tornare presto: mi piace viaggiare, Dio è stato buono con me per questo”, conclude, nell’attesa che tra le sue magiche dita torni un biglietto aereo, magari per Roma.