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Mentre le attenzioni dei tifosi italiani sono ancora rapite da campionato e champions league, nei giorni scorsi più di un quotidiano nazionale ha dato risalto alla storia del calcio giocato a Robben Island, quando la prigione che ospita l’isola di fronte a Città del Capo era ancora in piena funzione. L’occasione è stata la presentazione a Milano del film “More than just a game”, nell’ambito del 20° festival del cinema africano. Il film è tratto da un libro scritto da Chuck Korr e Marvin Close (editore Iacobelli, anche questo in uscita in Italia) nel quale si raccontano le gesta degli attivisti prigionieri che alla fine degli anni ‘60 iniziarono a giocare con palloni arrangiati arrotolando magliette, quando finalmente le guardie carcerarie accordarono il permesso di giocare per mezz’ora ogni sabato dopo 3 anni di richieste andate a vuoto. Tra loro non c’era Nelson Mandela, che confinato nel blocco di isolamento poteva solo spiare le partite dalla finestra della sua cella; c’erano però altri nomi noti del Sudafrica di oggi, come il giudice costituzionale Dikgang Moseneke o l’attuale presidente Zuma. Con loro anche Anthony Suze, oggi proprietario di un ristorante a Pretoria, secondo il quale “il calcio a quell’epoca ci ha tenuti in vita, era il motivo che ci faceva sopportare dieci ore di lavori forzati sotto il sole, e che ci dimostrava che eravamo ancora vivi e forti”. Secondo Suze il Sudafrica attuale viaggia sull’onda dell’emotività, non ha leader sufficientemente forti per fare i conti con i problemi reali e superare la corruzione. Suze, tuttavia, si è detto convinto che i prossimi Mondiali “porteranno benefici all’intero paese”.

Nell’immagine: l’ingresso di robben island (World cup image library),