dd2_4084.jpgPosti vuoti negli stadi a decine di migliaia. Furti e scippi a ciclo continuo, ai danni degli sventurati turisti. Un caos totale nel sistema dei trasporti, sulle strade come negli aeroporti. Risse ripetute tra gruppi di tifosi, contro le quali la polizia resta inerme. Un clima di terrore, inospitale, aggressivo. E poi il culmine: l’attentato di Al qaeda.

Questo è quello che sarebbe potuto accadere in Sudafrica, nelle scorse settimane. Quello che analisti, opinionisti, fonti più o meno interessate od allarmate avevano previsto nei due anni che hanno preceduto il mondiale. E che molti media, in Italia, in Inghilterra, altrove, avevano messo in guardia a chiare lettere. Ma che in realtà, per la fortuna dei più, non è accaduto.

Queste parole escono sul blog al termine del primo giorno di vero silenzio sul mondiale, sui giornali italiani, dopo più di un mese di continua copertura. Comprensibilmente, del resto: il ritmo dell’informazione è sempre più incalzante, su un argomento che non è più in “prima” può indugiare una testata specializzata, forse. O un blog disinteressato, come questo.

Parole a mente fredda, dunque, anche se in Spagna l’eco di Soccer city non si è certo spenta, e nelle radio (comprese le italiane) la waka waka continua a imperversare; il polpo Paul, tuttavia, già un po’ meno.

Gli altri co-autori di questo blog hanno già postato argute osservazioni di fine mondiale. Non mi dilungo sulle cose belle viste sui campi: ci sono le perle del mondiale, del resto, a referto.

Rischio la retorica, e scrivo che tuttavia non c’è Inesta, Robben o Forlan che tengano, rispetto alla eccezionale prova che ha fornito questo paese. E non perché lo dica Blatter, Zuma o Pelè: perchè lo dicono le cifre, quelle delle presenze e degli (scarsi) crimini. Perché lo raccontano con voce sognante gli italiani che tornano in questi giorni da lì, siano essi giornalisti, tecnici o turisti; perché lo hanno scritto, forse a denti stretti, anche i più scettici tra i giornali ‘occidentali’ o tra gli amici sudafricani intercettati su facebook.

Era già iniziato il 2009 quando i gufi del villaggio globale continuavano a suggerire un anticipo dei mondiali in Brasile, perché il Sudafrica non ce l’avrebbe fatta; ed era già il 2010 quando, dopo il crudele attentato in Ghana, vittima la squadra del Togo, c’era chi prevedeva per analogia altro sangue a pochi mesi e…migliaia di chilometri di distanza.

Che non tutto sia andata perfetto è evidente. Ma del resto: poteva e doveva esserlo, visto che mai lo è stato in 80 anni di Mondiali nel primo e secondo mondo? Realisticamente, al Sudafrica si poteva chiedere di non soccombere, di fronte allo sforzo di questa prima volta africana. Alzi la mano, oggi, chi realmente crede che questo paese non sia andato invece ben oltre le proprie previsioni. E poco importa se i Bafana sono usciti al primo turno; nel ranking mondiale del calcio, ufficializzato oggi, hanno fatto il balzo più alto tra le partecipanti. Al contrario, ad esempio, delle finaliste 2006…

Non tutto di ciò che resta è perfetto, né tutto sarà utilizzato anche in futuro. E’ fondato il timore che molti stadi restino davvero ‘elefanti bianchi’, nei prossimi anni, come del resto è avvenuto in più di un caso dopo Italia ‘90; è legittima l’obiezione di chi grida allo spreco, e lo sono i dubbi di chi guarda con perplessità alla tentazione del ‘raddoppio’, ovvero all’assegnazione delle Olimpiadi 2020: “tutto per i Mondiali, va bene, ma ora guardiamo le altre priorità” ha scritto nelle scorse ore un capetoniano nella sua bacheca.

A dispetto dalle apparenze, in effetti, per il Sudafrica la vera partita comincia ora, quando i riflettori si spengono e sul campo restano inizialmente solo quelli di sempre: i sudafricani, quelli emergenti o già ricchi, quelli delle shebeens e gli sfollati causa mondiale. Gli stranieri che l’hanno scelto per investirci, o per passare anni migliori, magari da volontari o da pensionati.

Quella giocata con lo Jabulani nei 30 giorni scorsi è stata in realtà una grande partita di qualificazione, tipo quella che la Francia avrebbe fatto bene ad ammettere di aver perso con l’Irlanda, e almeno avrebbe concluso con dignità. Il gioco entra nel vivo ora: ora che col Sudafrica si è qualificato un intero continente, il quale - pur con distinzioni e contraddizioni perduranti - è oggi un continente vivo, molto più vivo di altri (l’Europa?) e che forse sarebbe utile assecondare, per l’interesse reciproco, e certo non ri-colonizzare; il che, peraltro, non riuscirebbe neppure.

A seguire questa nuova partita, il pubblico non sarà ampio come quello della coppa del mondo 2010. Però potrebbe essere un pubblico crescente. E questo blog, del resto, proverà ancora ad esserci. Nell’attesa, possiamo riguardare le foto postate nell’ultimo mese. Non riusciranno mai a render l’idea di quanto siano intriganti quei paesaggi, quegli animali, quei volti di donne e bambini. E in questo, almeno, molto simili a ciò che prova chi scopre l’Italia.