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Il serpente non è nel mare. Il serpente è dentro di noi. Ti entra dentro ingannandoti con i suoi argomenti allettanti, ti parla di libertà. E poi ti morde”. Le battute finali della voce fuori campo di Otelo burning, film di Sara Blecher (2011), sono anche la metafora di questo film girato con scarso budget ed interessanti risultati, e ambientato nella costa orientale sudafricana sul finire dell’era-apartheid. Il travagliato contesto sociale del Paese rimane costantemente sullo sfondo, ma l’essenza della trama potrebbe aver trovato ambientazione ovunque, perché al centro ci sono soprattutto le 4-5 persone protagoniste ed il loro rapporto umano, nel bene e nel male, a prescindere dalla razza.

Otelo, il personaggio che dà il titolo al film, trova nella tavola da surf la chiave d’accesso alla libertà, nel senso più intimo del termine. Ma la libertà ha un prezzo, a volte molto duro: in questo caso, il tradimento da parte di uno degli amici più stretti. Di fronte al drammatico epilogo Otelo sceglie di confermare la professione di libertà, volteggiando sulle onde in una scena finale che non lascia scampo per la sua esistenza ‘terrena’, ma che lo esalta da un punto di vista ideale. E la chiusa agrodolce di un film che ridimensiona la contrapposizione bianchi-neri per dare peso a quella tra tribù della stessa pelle. O, appunto, tra persone della stessa provenienza.

Il richiamo alla leggenda del serpente evoca il peso delle credenze tribali che pervade la società sudafricana. E l’insieme di quanto visto rende merito alla scelta di dedicare un’ora e mezzo alla sua proiezione in un circolo arci di provincia, in un tardo pomeriggio d’inizio estate. Mentre là fuori tutto il resto del mondo è in ben altro affaccendato.