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Primavera 2016: il Sudafrica torna protagonista di alcuni eventi culturali nel Belpaese. E io torno a trovare il tempo per scrivere qualche riga in questo blog. Per lunghi mesi sui media italiani richieste di impeachment e indicatori economici in caduta sono stati quasi gli unici riferimenti al paese arcobaleno. Non è esattamente così, né peraltro posso dire che il fenomeno si sia esaurito. Nei giorni scorsi tuttavia ai miei occhi è tornato a balzare qualcosa di diverso, O per certi versi, d’antico.

 

L’”antico” è lui, il personaggio simbolo del romanzo-nazione, Ovvero Nelson Mandela, la cui storia è la trama di un intero musical in programma tra qualche giorno al Ravenna Festival. Il “Mandela trilogy” è una rappresentazione che appunto in tre diversi tempi ripercorre la giovinezza, l’entusiasmo degli anni più floridi e poi la durezza dell’epopea finale, sbocciata in trionfo. Il musical è’ una produzione sudafricana, tuttavia contaminata sul posto (dal 9 al 12 giugno) dall’esibizione dell’italiana orchestra Boccherini, fondata da Riccardo Muti. Non solo: il 20 giugno, vigilia d’estate, sempre Ravenna potrà ascoltare la Minafric orchestra, composta da jazzisti italiani e sudafricani, in puro spirito southafritaly.

 

Quel 20 giugno sarà anche l’ultimo giorno di apertura, a Siena, per “Between home and wisdom”. Qui non c’è musica, piuttosto immagini: una ventina di ritratti fotografici (uno qui sopra, fotografato a sua volta) scattati nel 2015 a Dunoon, una delle township di Cape town. Sono opera di Tommaso Fiscaletti, fotografo pesarese che ha fissato l’obiettivo su una manciata di bambini e di donne Xhosa (la stessa etnia di Mandela) ritratte in momenti di scarna quotidianità. Grandi forme, colori accesi, arredi spogli, sguardi ieratici forse ispirati dal culto per i molti che molte di queste sangoma praticano. Fissate sull’obiettivo pochi mesi fa, appaiono molto simili a quelle da me viste sul posto, giusto 10 anni or sono. Allora, o meglio poco dopo, questo blog prese forma per coltivare un pezzettino di un sogno: quello di un domani migliore, che chi abitava le township mi aveva testimoniato. A vedere le immagini di Fiscaletti oggi, i sorrisi di quella gente restano intatti. E’ il sogno resta distante dalla realtà.

 

Intanto a Roma c’è un posto dove le township appaiono molto meno lontane. Anzi, ce n’è più di uno. Ma di uno in particolare ho letto di recente. E’ un ponte sul Tevere, collega il centro con il quartiere Prati. William Kentridge, poliedrico artista contemporaneo (già menzionato in questo blog come regista), l’ha scelto per realizzare un murales. Sotto quel ponte c’è il “mondo di sotto”, ovvero persone singole o perfino famiglie che vivono in ripari di fortuna. Concita de Gregorio ne conosce una e ne ha raccontate le vicende su La Repubblica, grazie anche alle immagìni di un altro fotografo italiano, Max Rossi. E’ una famiglia italiana composta da due adulti e due bambini. Del murales, ha scritto la De Gregorio, hanno sentito parlare ma ancora non l’hanno visto. “E’ lontano, sull’altro argine. E’ una cosa che piace ai ricchi, ai turisti. Però prima o poi ci porteranno i bambini. Una domenica mattina, magari. Che gli altri giorni c’è scuola”.